Da Bologna a Dakar, anche questo è servizio civile 3

Ecco il terzo contributo di Francesca, che ci presenta il suo resoconto del mese di aprile come volontaria del Servizio Civile (Caschi Bianchi) in Senegal. Questa pagine del diario è dedicata ad una riflessione sui rapporti fra Africa e Paesi del "Primo Mondo" e sulle nuove forme di schiavitù.

Tra Ubuntu e Teranga

Dakar, Aprile 2019

« […] Soleil sur nos terreurs, soleil sur notre espoir. Debout, frères, voici l'Afrique rassemblée. [...]

Sénégal, nous faisons nôtre ton grand dessein : rassembler les poussins à l'abri des milans.

Pour en faire, de l'est à l'ouest, du nord au sud, dressé, un même peuple, un peuple sans couture

Mais un peuple tourné vers tous les vents du monde. » (estratto dall’Inno Nazionale Senegalese)

- […] Sole sulle nostre paure, sole sulle nostre speranze. Forza, fratelli, ecco l’Africa unita. […]

Senegal, facciamo nostro il tuo grande destino : riuniamo i pulcini al riparo dai nibbi.

Per farlo, da est a ovest, da nord a sud, un solo popolo, un popolo senza cuciture, ma un popolo rivolto verso tutti i venti del mondo.

Il 4 Aprile, in Senegal, si celebra l’anniversario dell’indipendenza avvenuta nel 1960: questa data segna, infatti, la fine del periodo colonialista francese nel Paese e l’apparente restituzione di una libertà che per troppo tempo era stata rubata e umiliata.

Non è possibile e non è giusto vivere in un Paese Africano senza essere memore ogni giorno della storia che ha afflitto questi stati e questi popoli. È un grave errore dimenticare ed è molto facile pensare che questi siano “eventi passati” privi di qualsiasi conseguenza sullo stato di fatto delle cose. Un mio Professore definirebbe questo atteggiamento “analfabetismo storico”. Gli effetti di quello che è stato si vedono proprio oggi: sia perché si stanno ricreando gli stessi scenari sia perché quello che è stato, è stato un abominio, un furto di dignità, di energie, di risorse umane e non solo; cicatrici che non possono essere cancellate né sminuite. Cicatrici che fanno male anche a me. Eppure io sono nata nel 1992, da un’altra parte e “tanto tempo dopo”. Tanto tempo dopo l’acclamata e studiata scoperta dell’America: quella data su cui i professori interrogano per almeno 10 anni a scuola, non viene quasi mai ricordata come dovrebbe; viene ricordata come un successo e non come l’inizio della fine. Non come l’inizio della sottomissione dei tanti uni per l’emancipazione di pochi altri.

Quando ero bambina pensavo di non dover mai più sentire parlare di schiavitù, pensavo che fosse solo un triste paragrafo del mio sussidiario, così come la colonizzazione. E invece no. Con il cuore che piange vedo la cara Europa, con indosso la maschera “della patria dei diritti”, e l’America, vedo tutto questo iper-sviluppato Occidente da cui , secondo tanti, si dovrebbe trarre esempio, che addirittura hanno un ruolo strategico nel far sì che questi fenomeni si ripresentino: lasciando i migranti in situazione di schiavitù, mantenendo il controllo su risorse che non gli appartengono, ricattando i Paesi con il debito estero. I Paesi a cui è stato sottratto tutto sono oggi strozzati dal dover ripagare i Paesi che li hanno depredati.

Questa tristezza e questa consapevolezza, hanno però un contrappeso molto più forte: il fervore intellettuale e morale delle popolazioni, che riescono a vedere una luce nonostante il tunnel sembri sempre molto lungo. La libertà che si vive qui, oggi e sempre, è una libertà che nasce dall’avere la pace nel proprio cuore, nei propri pensieri. Anche se non possiedi niente, ma hai la pace, qui hai tutto.

Qui a Dakar, c’è un luogo molto particolare che è emblema di tutto questo: l’isola di Gorée. Questa piccola isola di 28 ettari si trova davanti alla penisola di Dakar e di essa fa parte. La bellezza mozzafiato odierna di questa isola è quasi inquietante: Gorée, infatti, ebbe un ruolo centrale durante il periodo della tratta degli schiavi; questa isola era uno dei maggiori punti di partenza delle imbarcazioni europee per il trasferimento degli schiavi nelle Americhe.

Gorée che oggi sembra un paradiso, era la porta e la sala d’attesa dell’inferno. Tra le piccole vie pedonali di ciottoli, affiancate da cascate di fiori e piante, sorgono abitazioni in classico stile coloniale e la Maison des Esclaves. Quest’ultima, gentilmente definita “casa”, era una prigione, un piccolo campo di concentramento dove gli schiavi (uomini, donne e bambini) venivano trattenuti, esaminati, testati, torturati, messi allo stremo delle loro forze e capacità di sopravvivenza prima di varcare la soglia della porta del “viaggio senza ritorno”. Questa porta dà direttamente sul mare.. dall'altra parte? l’America. L’inizio della fine.

Anche questa potrebbe essere considerata una storia lontana, ma non lo è.

Oramai Gorée è anche considerata patrimonio dell’UNESCO: si potrebbe pensare che sia un bel riconoscimento, ma lo è davvero? Perché essere patrimonio dell’UNESCO, vuole anche dire che non possono essere apportate modifiche a quell’ambiente senza tutte le autorizzazioni del caso. Quindi, ad esempio, gli abitanti di Gorée non possono cambiare il colore e la forma delle case (che hanno entrambi origini e significati specifici legati al colonialismo) e hanno anche dovuto assistere all’intitolazione di una piazza in onore dell’Europa. Si, Piazza Europa, a Gorée. L’Europa, sempre lei. Ieri e oggi.

Ma alcuni potrebbero sempre pensare che queste siano sottigliezze, che è solo una piazza, una casa, un colore, un periodo. Dovremmo forse tutti calarci, con la nostra persona e il nostro corpo nel cercare quantomeno di immaginare cosa voglia dire.

Quindi oggi Gorée è patrimonio dell’umanità, ma i campi di concentramento in Libia dove vengono realizzate torture di ogni genere, ancora non lo sono. Magari un giorno lo saranno. Così come Aushwitz e Gorée, magari potranno essere visitati da tutti i capi di stato e da orde di turisti che hanno contribuito a fare di questi posti l’inferno che sono stati, ma che con faccia desolata congiungono le mani in preghiera e appoggiano mazzi di fiori, dopo aver preventivamente istituito una giornata mondiale di memoria per l’inferno che fu.

Ma noi, noi che non siamo d’accordo e noi che abbiamo il cuore, la speranza e la forza per credere che le cose possano cambiare non dobbiamo arrenderci. La libertà, quella vera, ancora non esiste: la libertà dalla paura, dall’odio, la libertà dalle divisioni ancora non l’abbiamo potuta respirare.

E io ho tanta paura che i miei figli, quando andranno a scuola, leggeranno di questi eventi sui libri o e-book di storia e penseranno che sono solo tristi paragrafi su cui saranno interrogati.

« ll faut veiller à ce que l’Afrique ne fasse pas les frais du progrès humain. (..) froidement écrasée par la roue de l’histoire.(…) On ne saurait échapper aux nécessités du moment historique auquel on appartient” (Cheikh Anta Diop)

- Bisogna assicurare che l’Africa non paghi le spese del progresso umano. (…) schiacciata dal percorso della storia. (…) Non si può sfuggire alle esigenze del momento storico al quale si appartiene.

Francesca Conti



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